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Cose dell'altro mondo

E poi succede che vai in Thailandia con tua moglie a festeggiare i 25 anni di matrimonio e, una volta definito il dove e il quando, il quadro è finalmente chiaro per dedicarsi alla ricerca di qualche gara in quel paio di domeniche che passerai tra Bangkok e Koh Samui. Ne trovi (qui) diverse a Bangkok, scegli la più vicina all’hotel in cui alloggi e ti iscrivi. A Samui ce n’è una sola e non hai l’imbarazzo della scelta.
Torni a casa, dopo due settimane, con i soliti gadget in poliestere, un’inaspettata coppa, l’amaro in bocca per non essere riuscito ad aggiungerne una seconda, e qualche nuova emozione.

A Bangkok, date le temperature, la partenza della TPA Charity Run for the Blind 2018 è fissata per le ore 06:00 AM. Dovendo perfezionare l’iscrizione e assalito dalla solita ansia del non svegliarmi in tempo, mi alzo dal letto alle 03:30. Arrivo a Lumpini Park un’ora dopo, ritiro maglia e pettorale e ho un’altra ora da far passare prima della partenza. Giro per un paio di chilometri più per passare il tempo che per (sur)riscaldarmi. Bevo per mettere qualcosa nello stomaco. Il termometro dice già 27 gradi.
Qualche centinaio di metri dopo la partenza, conto 5 persone davanti a me. Il ritmo del primo è intorno ai 4’/Km, gli sto distante qualche secondo. Il gruppo di testa rimane compatto fino al secondo chilometro, dopodiché assisto stupito all'improvvisa sublimazione dei concorrenti che mi precedevano. Vado in testa. Problema: non parlo né leggo il tailandese. Il 99% dei tailandesi non parla inglese. Non so dove andare. Mi accodo al secondo, che nel frattempo diventa primo, e gli sto dietro/accanto per circa 6 chilometri. Provo a chiacchierare, ma non c’è modo di comunicare. A un paio di Km dalla fine, capìto che il percorso si svolge lungo quella riga arancione che divide la strada, alzo il ritmo e me ne vado solitario verso il traguardo. 46’30” sono sufficienti per vincere una Thaipasciata© di 10 Km. Almeno quel giorno, in quel posto.

Le cose non vanno esattamente così a Samui, dove di minuti ce ne ho impiegati 3 in meno, ma dove il livello della competizione era decisamente più elevato. Chiudo sesto, a 3 centesimi dal podio di categoria (18-49), in una corsa anch’essa programmata a un orario piuttosto insolito (mezzanotte) e con una temperatura addirittura più elevata che nella prima circostanza (stavolta 29 gradi).




Faccio la tara a queste due gare e tengo buone le emozioni. I sorrisi e l’entusiasmo dei tanti partecipanti a due manifestazioni precedute dal prefisso “charity”. E se anche tutto questo non ha nessun contenuto tecnico, e non lo ha, uno spazio per la coppa, sulla libreria di casa, l’ho trovato. Rimangono anche delle foto e un paio di video.
I tailandesi vanno piano, ma sanno divertirsi. E han fatto divertire pure me.


Ricominciamo!



Questa foto dell’arrivo racconta la mia partenza, anzi la mia ri-partenza!
Eccomi lì: esausto, sporco, bagnato fradicio, sovrappeso, ma sorridente, decisamente sorridente! Eh si il sorriso! E’ quello il segreto: il sorriso!
L’anno scorso ho smesso di correre per pigrizia, per stanchezza, per mancanza di tempo, ma soprattutto perché mi ero dimenticato che correre è divertente! E ho ripreso… pian pianino, poche uscite a settimana, pochi chilometri, poi qualcosina in più, poi ancora un pochino e poi ho ricominciato a divertirmi! A quel punto, per un ritorno in piena regola mancava solo la tapasciata! Ma mica solo la corsa… Tutto il rituale della tapasciata: la sveglia alle 7, l’ansietta, la colazione leggera, la vestizione a strati, il cambio di orologio (no, quello no, il Tom Tom mi sono dimenticato di metterlo, maledizione!), il ritrovo davanti al mercatino con Andrea, il pezzo in macchina a chiacchierare di musica, di politica, di libri e di tempi, di minuti al chilometro (che figata parlare in minuti al chilometro, è una roba da membri di un club esclusivo… nessuno che non corra ti capisce quando ragioni in minuti al chilometro!). E poi arrivi all’Arena (figo ricominciare dall’Arena!), vedi tutti quei matti come te che alle 8, sotto il diluvio universale, sono lì, colorati, assonnati ma col sorriso (ancora lui!), che parlano di tempi, di minuti al chilometro, di corse fatte e di corse da fare… E poi ancora riti, sequenze ripetute che ti danno la certezza di essere tornato: il ritiro del pettorale dai miei amici dell’Ortica, il deposito borse, il pettorale messo su con le spilline, il riscaldamento, la foto di gruppo con Andrea e il Cinghio, il Cinghio… Il Cinghio prima lo tenevo dietro (di poco…), adesso il Cinghio lo vedo solo per la foto… Grande Cinghio! E poi… poi il posizionamento in partenza, l’ansietta, la calca, le ultime previsioni, il gps da far partire (per chi ce l’ha, io mi sono arrangiato con Runkeeper sul cellulare…), poi il conto alla rovescia e lo sparo! E via “vai Massi!” si corre, col sorriso!
Niente cronaca della corsa, oggi non è essenziale… L’essenziale è che ho ricominciato e che mi sono divertito!  
P.S. per la cronaca: sono arrivato tra il sesto e il settimo della categoria SM70… che uno dice: “cosa c… c’avrai da sorridere?”

Trofeo Sempione Ciovasso 2018

A un certo punto mi sono chiesto se, in condizioni normali, sarei riuscito a tenere il ritmo che mi ero prefisso. I soliti (per ambizione, non abitudine) 4'/Km sul 10000. Se, concretamente, sarei stato in grado di chiudere almeno allo stesso (buon) tempo dello scorso anno
Non potendo trovare risposta, ho deciso di provare a correre almeno l’ultimo chilometro, discretamente pulito e senza escursioni nel fango, al mio passo migliore. Quello che avrei provato a tenere se la prima prova del Corrimilano 2018 non fosse stata trasformata da una settimana d’acqua in una campestre tout court. E sì, 4’00”70. 

Correre l'edizione 2018 del Trofeo Sempione Ciovasso non è stata solo un’occasione per rivedere Massi (#daicazzo, Massi!), il Cinghio e i tanti compagni di corse. Un piccolo sorriso, quest’ultimo chilometro, me l’ha regalato. E anche il secondo giro del percorso, in vero, che ho corso qualche secondo più veloce del primo. Ché lo split negativo ha sempre il suo perché.
Il tempo (atmosferico) continua a non darmi modo di misurare i risultati della preparazione invernale, e, per avere un riscontro dovrò attendere un mese ancora, circa: il 7 aprile torno a correre il Miglio, a Voghera, e la settimana successiva è Rundonato. In condizioni climatiche favorevoli o comunque non condizionanti, finalmente dovrei riuscire a capire qualcosa di più di questo inizio d’anno. Così, giusto per.

E comunque, in pausa pranzo sono andato in piscina a chiedere come funziona col nuoto libero. Sveglia presto pure il mercoledì mattina, da aprile.

Tutto secondo le previsioni (del tempo)

Ha vinto il vento. Ha vinto la neve. Ho chiuso la Mezza di Fontanellato in 1h35’08”, 4 minuti più che alla Mezza di Vittuone, corsa solo due settimane prima. 7 minuti oltre il mio obiettivo. 105mo su 553 classificati, 22mo su 103 della categoria SM45. Nel primo quartile di entrambe le classifiche, cosa che, in sé, normalmente mi gratifica. Non in questo caso, però.

Nonostante abbia avuto, sin dai primissimi metri, delle enormi difficoltà a respirare, sono passato al quinto Km con 10 secondi di vantaggio sulla tabella di marcia (20’40”) e al decimo con soli 6 di ritardo (41’46”). Sapevo, mentre combattevo contro il vento e la neve ghiacciata, che entro breve avrei pagato a caro prezzo lo sforzo che stavo facendo, ma ho puntato la sveglia presto per provarci. Per provare a fare ciò che ho preparato per tutto l’inverno, non per ritirare la medaglia e mangiare gnocco fritto e mortadella a Fontanellato. 
Il conto è arrivato prestissimo, al Km 11: 4’29”, che ho bissato al successivo. Dopodiché ho smesso di guardare i parziali, mi avrebbero frustrato, niente di più. Mi sono trascinato fino al traguardo con un chilometro “corso” addirittura a 5’20”. L’ultimo, mosso da non so cosa, “solo” in 4’34”. 

Spiace anche per il mio amico Mauri, che pure questa volta ha voluto essere con me nella trasferta di Salsomaggiore Terme e al quale vorrei regalare un arrivo col sorriso invece che la maglietta del pacco gara e niente più. Spero ci possano essere altre occasioni, Mauri.

Chiusa la parentesi della Mezza d’inizio anno, si apre quella della Maratona autunnale: devo capire se la schiena me lo permetterà e poi scegliere dove. Prima di tutto, devo iniziare a nuotare. Perché non può essere un caso il fatto che i miei risultati migliori su lunghe distanze si siano concretizzati nell’unico momento in cui ho abbinato il nuoto alla corsa. Per il resto, a seconda delle necessità, sarò mezzofondista oppure fotografo a tutte le prove del Club del Miglio e, senza garantire sulla frequenza, correrò delle prove del Corrimilano. Dovrebbe esserci un intermezzo orientale, dopo quello agreste. Spero di poterne raccontare.

Il cielo sopra Salsomaggiore Terme

L’augurio di Fulvio arriva dall’Emilia ed è scritto nella neve, la stessa neve di cui parla, oggi, il cielo di Salsomaggiore Terme e che  è annunciata, per domenica, dalle previsioni del tempo. Probabilità nell'ordine dell'80-90%.
La temperatura percepita, dicono i signori dell’Aeronautica Militare, sarà di -14 (meno quattordici) durante quell’ora e mezza (spero scarsa, ma mi sa abbondante) di gara. Il vento non mancherà e soffierà in senso contrario. Raffiche a 45 km/h.
Fulvio, nel messaggio allegato all'immagine, aggiunge che nonostante tutto, sarà un successo: io ci credo poco, ma ci provo lo stesso. (però fanculo, passi un inverno a prepararti per questa Mezza e poi guarda in che condizioni ti trovi a correrla.)


Intermezzo agreste

E quando non ti rimane che ripetere a mo’ di mantra che lo scarico farà il resto e che ora devi solo pensare a preservare le gambe e la schiena, puntuale arriva il precetto per l’ultima prova del Trofeo Monga. Il presidente vuole (ovviamente, giustamente, ecceteramente) vincere, dobbiamo mettere in campo tutte le risorse possibili. Comprese le mie. E io, io che una campestre non l’ho mai corsa perché l’unica volta che ho provato a correre sull’erba per preservare il tendine d’Achille mi sono ritrovato con la bandelletta ileo tibiale destra in fiamme, io che ogni volta che corro quei quindici metri di single track in discesa che dal Viale Forlanini mi riportano dentro il parco ho paura di girarmi la caviglia, io che non ho scarpe adatte a correre una campestre e che non è che me le vado a comprare per magari usarle una sola volta, io che volevo farmi un fontanella-fontanella tranquillo, domenica, giusto per tenere i muscoli sciolti, io, domenica, a Castiglione d’Adda, ho corso la mia prima campestre. Che l’idea di correre una campestre mi piaceva anche, dal momento che la campestre era la specialità di mio padre, ma l’esperimento avrei voluto farlo un giorno diverso dalla domenica prima di correre la Mezza (di Fontanellato) per la quale mi sono preparato per tutto l’inverno. 
Alla fine è andato tutto per il meglio: il fondo non era fangoso e nemmeno particolarmente pesante, le scarpe e la schiena hanno tenuto alla perfezione. E abbiamo pure vinto il Trofeo (maschile). Io ho finito nella metà di sinistra della classifica, di più non potevo chiedere.
Mercoledì sgambo per l’ultima volta, l’obiettivo per domenica è finire con un tempo medio di 4’10/Km, che dovrebbe farmi chiudere intorno all’1h28’. Questo è ciò che realmente vorrei. Saprei accontentarmi anche di stare sotto il mio personale di 1h29’13" e, per come sto atleticamente, già quello potrebbe essere un ottimo risultato. Ma non parto per accontentarmi. No. Voglio correre a tutta fin sopra il tappeto. Perché, come diceva Ivan prima che quel muro venisse tirato giù, è quando ce la fai d'un soffio che ti manca il respiro.


Libri di storia e quaderni di matematica

C’è chi finisce sui libri di storia e chi, è il mio caso, sui quaderni di matematica dei bambini delle scuole elementari. Grazie a Cristina, maestra di scuola primaria e, a tempo perso, moglie di Fabrizio, Podista Anonimo della prima ora. E grazie a Franco Vimercati, maratoneta azzurro d’altri tempi e amico di chiacchiere sulla corsa, che ci ha lasciato nel 2017. E alla cui memoria è dedicato questo post.

Franco, un giorno di qualche anno fa, forse alla partenza di una tapasciata nel lecchese oppure tra i vialetti del campeggio dove eravamo soliti incontrarci, non ricordo bene dove ma non ha grande importanza, Franco, un giorno mi disse: crostata a colazione e, la settimana prima della Maratona, pasta a pranzo e cena. Spaghetti, se riesci, che sono più digeribili. Ah, e se non ti da problemi di stomaco, beviti un caffè una quindicina di minuti prima della partenza. Non è doping, ti aiuta. Dei consigli del Franco ho sempre fatto tesoro. E da anni, con costanza 9 su una scala a 10, preparo crostate. Le preparo io perché non vado d’accordo col latte. Al posto del burro metto la margarina. (se ti aspetti un tutorial per preparare una crostata con margarina, semi di chia e zenzero hai sbagliato sito. Ma se ne sei proprio interessato, chiedimelo nei commenti e ti darò soddisfazione. E’ tutto molto semplice. E ti porta via, quando avrai preso la mano, non più di un quarto d’ora.)

Non posso negare che da queste parti ci sono passato perché mi piaceva tanto scrivere un post con la frase con cui questo post l’ho iniziato. Perché mi andava di pubblicare le foto che mi ha fatto avere Cristina. E perché mi andava di parlare, seppur brevemente, di Franco. Potrei chiudere qui, ma ne approfitto per riempire il vuoto che dal Palio dell’Ortica 2017 arriva fino a qualche giorno fa. Che a dirla così sembra niente, ma sono passati 8 mesi. 8 mesi in cui ogni passo è stato condizionato dalla paura che l’ernia mi imponga di fermarmi per l’ennesima volta o che, addirittura, mi consigli con le cattive di dedicarmi ad altro. Non è un bel modo per correre, ma è l’unico che ho. Cerco di essere sempre molto vigile e di non lasciarmi prendere la mano. In un modo o in un altro, per il momento funziona. 

Dopo il Palio dell’Ortica 2017, corro un pessimo Miglio a Castiglione d’Adda e una triste 10 Km del Parco Nord, poi, finalmente, la pausa estiva dei due circuiti a cui ho partecipato nel 2017 (terzo di categoria al Club del Miglio) mi dà la possibilità di abbozzare del riposo con continuità. Se due settimane si possono chiamare continuità. La speranza è che la schiena smetta di scaricare il proprio disagio sul polpaccio destro, anche grazie all'aiuto dalle sapienti mani(polazioni) di Ilaria. Il giorno del mio compleanno mi regalo un primo allenamento, le cose sembrano migliorare. A metà luglio ci attacco un 800 al Meeting Interregionale di Mezzofondo, così, senza senso per come sto, ma mi andava. Una gara tutta in salita durante le vacanze, a Castellabate, e poi solo allenamenti fino al primo Corrimilano, all'inizio di settembre. 

L’abbaglio di poter fare bene ai Campionati Italiani su strada a Dalmine (corsi in maniera del tutto insensata) e una costante mediocrità che non mi dà soddisfazione sono pugnalate al mio morale. Non riesco a trovare continuità negli allenamenti, se forzo esplode il dolore alla schiena. Continuo a dover rimandare i lunghi domenicali e, Garmin Connect alla mano (a proposito di Garmin, il vecchio Mino non ce la faceva più e, a Natale, mi sono regalato Tino), preparo la Mezza di Vittuone dopo aver corso solo 6 volte per 17 Km e una sola volta per 21. La carico di aspettative senza che sia lecito averne, specie perché il dolore è ritornato e mi son dovuto fermare nuovamente, nelle settimane che l’hanno preceduta. A Vittuone, domenica, dove c'era pure il Cinghio, le cose sono andate discretamente, alla fine: speravo meglio, ma m’accontento dell’ora e trenta con cui ho chiuso. Vittuone doveva essere una tappa d’avvicinamento a Salsomaggiore e i due minuti di troppo rispetto al tempo che sognavo di fare potrebbero non essere impossibili da limare. Ci proverò, come ci ho sempre provato. Nella speranza che ci siano i presupposti fisici e ambientali per poter far bene.
Ne riparliamo presto. È una promessa.


Caro diario

Eravamo rimasti a un weekend nel torinese per un sabato da turista e una domenica di corsa insieme a Monica e agli amici della Podistica None. E’ passato più di un anno da quel giorno e il silenzio che avevo annunciato ha trovato riscontro nei fatti. Ora che non sono più un Podista Anonimo, dicevo, ora che sono obbligato a vestire i colori di una squadra, lascio qui i miei ricordi e inizio un nuovo capitolo altrove.
Una vera pirlata. Una delle tante.
Ho capito presto di sbagliarmi, ma i ritmi della vita non m’hanno permesso di rimediare quando avrei voluto. Ci provo adesso, per quanto sia possibile riassumere oltre un anno di fatti ed emozioni in un solo post.
Ricomincio da quel 24 aprile 2016, o meglio, dal giorno che l’ha seguito. Il 25 aprile 2016. Il giorno in cui ho definitivamente detto basta con le sigarette. Dopo la troppa fatica vissuta e descritta in quell’ultimo post, ho detto basta. E basta è stato. Basta è. Spero pure sarà. Certo è che, a oltre un anno da quel giorno, l’idea di ricomiciare non mi sfiora affatto.
Avevo da riprendermi per la micro frattura che m’era costata il ritiro alla Maratona delle Terre Verdiane e, non potendo percorrere lunghe distanze, mi sono dedicato esclusivamente al Miglio. Con grande impegno, specie durante la pausa estiva, ma con risultati che non mi hanno per nulla gratificato. Al punto da pensare che, a 46 anni e dopo circa 4 di corsa, non ci fosse più spazio per migliorarmi.
Ho passato l’inverno ad allenarmi per la Stramilano 2017 e credevo con convinzione di poter ottenere l’obiettivo che mi ero prefisso. Be’, ci sono andato lontano 5 minuti. 5 minuti fatti in parte da un infortunio alla schiena di cui parlerò più avanti, dal caldo di quella mattina e, perlopiù, almeno così penso, da un errore "nutrizionale". Ho scelto di non assumere nulla durante la corsa e, nella seconda metà, ho avuto un crollo nelle prestazioni che non posso giustificare altrimenti. Serve una nuova Mezza per poterne essere certi, ma la schiena…
La schiena ha iniziato a darmi segnali strani a gennaio: ho soprasseduto, in quanto non mi limitava in nessun modo. A un paio di settimane dalla Stramilano, i dolori sono scesi fino al polpaccio destro, trasformandosi in fascite tibiale. Protrusioni, piriforme, nervo sciatico e giù fino al polpaccio. La fascite tibiale non m’ha impedito di partecipare alla gara, ma, risultato finale a parte, mi sta limitando ancora oggi, a tre mesi dalla sua comparsa. Tre mesi nei quali ho scelto di stringere i denti e regalarmi le soddisfazioni che il Club del Miglio e il Corrimilano mi stanno dando. Senza allenarmi, senza potermi allenare. Correndo e basta.
Altra pirlata. Sì. Ma questo non è il momento di fermarsi, mi sono detto, e se è vero che sto gareggiando senza allenarmi e quindi non posso ambire a gran che, vero è pure che i risultati stanno arrivando: prima degli scarti, sono terzo di categoria da una parte e quinto dall’altra. Fra una settimana, entrambi i circuiti a cui sto partecipando si fermeranno per la pausa estiva. Così farò io, nella speranza non sia troppo tardi.
I risultati. Esattamente una settimana dopo la Stramilano, ho corso il mio miglior Miglio in pista. 5’34”. Il giorno dopo, per la prima volta da che corro, sono riuscito a stare sotto i 40’ sui 10.000. Stato di grazia. Puro stato di grazia. Potevo fermarmi?
Ho bissato sul Miglio con un 5’35” e poi è iniziata una progressiva perdita di fondo, come è normale che sia senza allenarsi, che mi tiene comunque poco sotto ai 4’/Km fino ai 5 Km e sui 4’10” sui 10 Km. Su entrambe le distanze, sono circa 10 secondi sopra quello che, numeri alla mano, era il mio limite quando di fondo ne avevo ancora.
Ah, mi son fatto pure un 800, il mio primo 800: 2’30” di pura adrenalina, al quale darò seguito.
Questa foto, infine. Palio dell'Ortica 2017. Probabilmente il motivo che mi ha portato qui. Sicuramente il motivo che mi ha riportato qui. Qui dove questa foto deve stare.

33mo Memorial Stefano Ferraris

Torino, fino a ieri, erano tanti piccoli particolari sfuocati a formare un unico, brutto ricordo: i viali come disegnati su un enorme foglio di carta millimetrata con la consegna di non lasciare mai le righe, i quartieri dormitorio in stile sovietico e un centro che sì, dicono carino ma di certo non può esserlo a sufficienza per trasformare una città dall'animo prettamente industriale in un posto che dici bello, mi piace. Erano i primi anni '90 e a Torino, di tanto in tanto, andavo per lavoro. Distratto dal pregiudizio e da quelle mescolanze che ora ho imparato ad amare, incapace di andare oltre la superficie. Dimentico della sua storia.

Sabato, invece, sabato Torino era bellissima. E non solo per via dell'atmosfera festosa del Torino Jazz Festival o della modalità turista attivata. Sabato Torino era proprio bella. Torino è l'armonia delle sue architetture, lo sfarzo di Palazzo Reale, il cielo sopra Piazza San Carlo e Piazza Castello, il porticato di Via Po, Piazza Vittorio Veneto e la vista della collina di Superga, la Basilica, la Mole Antonelliana, la Cavallerizza, il Po e i suoi ponti. Certamente del tanto altro che non abbiamo avuto modo di vedere.

Torino m'ha sorpreso raccontandomi una storia di quelle che non capitano proprio a tutte le città, ma con la vitalità di chi non vive all'imperfetto. Torino era bellissima e pure le periferie. La campagne, poi, i paesi, la provincia. L'abbazia di Staffarda.

In questo fine settimana, io e Monica volevamo respirare aria diversa da quella di Milano e a portarci a Torino è stata una corsa. Il Memorial Stefano Ferraris organizzato a None dagli amici della Podistica None. Nei miei propositi, questa doveva essere l'opportunità per tapasciare con Davide, Marco, Mario, Giovanni e gli amici con cui avevamo passato una splendida giornata qualche mese fa, a Venaria Reale. Ma non avevo fatto i conti col Partigiano, che nel weekend lungo Davide se l'è portato via, e col fatto che il gruppo sportivo era impegnato a organizzarla, la gara. Mi sono ritrovato a correre da solo, insomma. E correre per correre, ho provato a darmi un obiettivo, che è l'ormai ricorrente 10.000 sotto i 40 minuti. Obiettivo molto probante, a cui mancano solo una trentina di secondi. Lo stato di grazia era condizione necessaria per farcela e già prima della partenza sentivo di non essere in buona compagnia. I 15 chilometri percorsi a piedi il sabato me lo hanno confermato già durante il riscaldamento.

Parto, m'attacco a un treno che sembra viaggi al mio passo e con discreta fatica riesco a stare leggermente sopra ai 4 Km/minuto. Al quinto, il ritardo accumulato è già di 25 secondi e capisco che nei successivi 5 non sarei stato in grado di migliorare i miei tempi. Decido quindi che è inutile continuare ad ammazzarmi per non trovare soddisfazione all'arrivo, rallento di una quindicina di secondi e mi trascino senza grande piacere, a parte quello di correre nella Riserva, fino al traguardo. Il crono è di 48'10", accettabile per gli 11200 complessivi del percorso, ma ottenuto con troppa fatica anche quando la fatica non sembrava essere necessaria.

A cancellare del tutto il retrogusto leggermente amaro che m'era rimasto in bocca ci hanno poi pensato Giovanni e Mario che, interrotte le premiazioni di chi un premio se l'è guadagnato lungo il percorso, mi hanno insignito del trofeo per l'atleta arrivato da più lontano. Un gesto di simpatia e amicizia che, in sincerità e senza voler essere inutilmente buonista, ricorderò con molto più piacere che se non avessi raggiunto l'obiettivo di cui dicevo prima.

Bel posto, Torino. Belle persone, i miei amici della Podistica None.

Il Miglio Ambrosiano

Tolto l'arrivo della Stramilano 2013, l'ultima volta che corsi all'Arena avevo 13 anni. Era il 1983. Avevo partecipato alle qualificazioni del Guizzo Vincente e vinto la mia batteria con un buon tempo. Gli ottanta metri, insieme al salto in alto, erano la mia specialità.
Con l'Arena ormai svuotata dell'orda di partecipanti, e all'epoca erano davvero tanti, aspettavo sulle tribune col mio amico Filippo che venissero comunicati i nomi dei qualificati per le semifinali. I più veloci di Milano. Lo speaker iniziò dai migliori, ma il mio nome, Andrea Lo Faro, non era tra i primi nove. Rimaneva da pronunciare l'ultimo. Inutile dire che sognavo fosse il mio. 
Decimo e ultimo qualificato.
Una pausa, non so dire esattamente quanto lunga, per me lunghissima. Come nei film, anche se, credimi, non è un film o il frutto della mia fantasia quello che sto raccontando.
Andrea.
Ci siamo. Ce l'ho fatta.
Pronunciata la prima sillaba del cognome, mi sono sentito come un palloncino che scappa dalle mani di un bambino. Altro che Moccia e i suoi 3 metri sopra il cielo. Ma è stato solo un istante.
Locatelli.

Alle semifinali, insieme ad Andrea Locatelli e ai primi nove, parteciparono altri sei ripescati. I cui nomi vennero fatti solo alcuni giorni dopo. Io ero il terzo di quei sei, tredicesimo tempo. L'accesso alle semifinali, dove le cose non andarono come speravo, non ha cancellato il ricordo di quell'istante in cui la forza di gravità sembrava avesse interrotto la sua azione sul mio corpo. Gioia e delusione nel volgere di una sillaba. Andrea Locatelli al posto di Andrea Lo Faro.
E' con quel ricordo che, a distanza di 33 anni, sono entrato all'Arena per partecipare alla terza tappa del circuito del Club del Miglio.


L'attesa mi rende euforico. Adoro quand'è così. In tribuna c'è mio padre, in gioventù una promessa del mezzofondo e ora sempre più appassionato delle mie sorti, già che ho scelto di cimentarmi nella sua specialità. Non solo. Salendo i gradini trovo Omar, che più tardi scriverà una mail a un gruppo di amici in comune che inizia così: oggi aspettavo il tram in zona Arena con Anna, abbiamo sentito voci provenire dall'Arena, Anna si era fatta l'idea che fosse uno spettacolo per bambini, io speravo fosse qualche gara di atletica, così siamo andati a vedere. Gara di atletica. Io felicissimo, Anna contenta (per mezz'ora) di vedere bambini e ragazzi che correvano e saltavano. speriamo venga voglia anche a lei.
A un certo punto mi viene incontro una faccia conosciuta, era il Lofa con la maglia dei Podisti Anonimi che partecipava a una gara sul Miglio per un circuito senior.

Insieme a mio padre c'è Omar, quindi. E forse pure Micaela, compagna di scuola delle Superiori che ho incontrato lì per caso con i figli e che, non fosse stato per la sua insistenza, non avrei mai riconosciuto. Ci sono Giovanni e Mario, come sempre, e come sempre Jessica. Alle solite facce se ne aggiungono tante altre, questa volta siamo oltre 500. Di cui 20 solo nella mia categoria.
Nello schierarmi, mi perdo un po' su a chiacchierare con gli altri concorrenti e dimentico di accendere il GPS. Quando lo faccio, è troppo tardi. Lo sparo è lì lì a venire.

Parto dietro tutti, ma, con un azione fin troppo decisa, prendo la corda dopo pochi metri e mi posiziono subito a ridosso dei primi. E' in prima corsia che devo correre, me l'hanno insegnato i 30 metri in più "di cortesia" fatti a Voghera per non dar noia ai più veloci. Devo evitare di partire a razzo e poi scoppiare, ma allo stesso tempo tenere un buon ritmo. Trovare il giusto equilibrio. Il GPS fa tritri dopo circa 200 metri, ha trovato il satellite, lo avvio e prendo come riferimento una linea. Forse proprio quella dei 200.

Concludo il primo giro senza avere la minima idea del tempo, che comunque non dev'essere male, a giudicare dai pochi che mi stanno davanti e i tanti che mi stanno dietro. Arrivo ai primi 400 metri tracciati, 1'21". Va fin troppo bene e sento di poter andare avanti in quel modo. Passo lungo il rettilineo delle tribune principali e sento Omar urlare vai Lofa e mio padre, appostato in pista con la macchina fotografica, incitarmi con un vai bene così Andrea, continua così! 

Il secondo giro tracciato dice 2'50": perdo qualcosa rispetto al primo, ma sono in vantaggio sul mio obiettivo. Curvo, arrivo sul rettilineo del terzo giro e mi trovo un muro di vento contrario che mi spezza gambe. Ma il tritri del primo chilometro (3'30", perfetto!) e il dindin della campanella ravvivano il mantra che mi ripeto da che inizio a essere in debito di ossigeno e gambe, mantra che fa dura poco dura poco dura poco. Faccio la faccia delle grandi occasioni e taglio il traguardo ignaro del tempo, ma lasciandomi dietro parecchi avversari. Alla fine, il crono ufficiale è 5'47", 11 secondi sotto il tempo di Voghera. Dodicesima posizione di venti.
Contento contento. Tanto tanto.
Il prossimo Miglio è in notturna al XXV Aprile, altra pista storica dell'Atletica milanese. Al 13 di maggio manca ancora troppo tempo, però.

Le foto, anche stavolta tantissime e bellissime, sono QUI (Salvatore Lo Faro) oppure QUI  (Antonio Capasso).